Così hanno scritto…

Carlo Levi
“Cristo si è fermato a Eboli” – Torino 1945

“Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto colore grigiastro, senza segno di coltivazione né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca e impaludata fra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un’aria cupa e cattiva che faceva stringere il cuore.
La forma di quel burrone era strana, come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idrsi, che pareva ficcata nella terra.
Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano.
Hanno la forma con cui a scuola immaginavamo l’inferno di Dante.
E cominciai anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo.
La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone; ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco.
Queste facciate finte, per l’inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto.
Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l’interno delle grotte, che nohn prendevano altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette.
Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie.  Così vivono ventimila persone…”

Alcide De Gasperi
Roma - Seduta parlamentare del 9 Agosto 1951

“I Sassi di Matera sono abitazioni trogloditiche, sono caverne o grotte scavate nel masso tufaceo dei versanti del torrente denominato Gravina di Matera.
Ogni caverna, munita della sola porta d’ingresso, costituisce la casa di abitazione di una famiglia materna.
Tali grotte sono le une sovrapposte alle altre: vi si accede attraverso un dedalo di scalette e viuzze sconnesse formanti un complesso ed intricato sistema di rampicanti e ripiani costituenti contemporaneamente strada per un ripiano e tetto per le case sottostanti.
Le acque scorrono per le strade e, infiltrandosi nel masso permeabile o in crepe delle strade-tetto, penetrano nelle grotte sottostanti rendendo queste umide oltre ogni immaginazione…
Non è necessario mettere in particolare evidenza quali siano le condizioni di vita degli abitanti dei “Sassi”: l’assoluta promiscuità in cui uomini, donne, bambini, animali da lavoro e da cortile vivono; la mancanza di aria e luce senza il minimo indispensabile dei servizi igienici, l’affollamento in un unico locale che spesso raggiunge il numero di 14 persone, che rende le condizioni di vita veramente tragiche…
Nessun serio confronto dei “Sassi Materani” può essere fatto con altre dolorose situazioni esistenti altrove, poiché è raro trovare un così fatto agglomerato di persone tale da comprendere all’incirca i due terzi degli abitanti dell’intera città, accampati alla meglio in blocchi che non consentono nemmeno di godere il bene dell’aria che di solito è accessibile anche ai poveri”.

Alcide de Gasperi
Roma - Seduta parlamentare del 6 febbraio 1952

“Quando si parla di case inabitabili si è generalmente portati a pensare ad abitazioni mancanti di acqua corrente oppure prive di servizi igienici o poco aerate o scarsamente illuminate o anche un po’ di tutte queste cose insieme.
Ma qui non si tratta soltanto di questo.
Quando si parla dei “Sassi” di Matera bisogna pensare alle bolgie infernali e poi moltiplicarne l’orrore per dieci, nella certezza tuttavia di rimanere sempre al di sotto della realtà.
Bisogna pensare ad abitazioni che sono le stesse che esistevano cinquemila anni fa; bisogna pensare alle tane che i trogloditi di cinquemila anni fa scavarono con le unghie nella roccia, nella quale si insinuano, le une sotto le altre, in tutte le direzioni, in salita e in discesa, verso il centro della terra; bisogna pensare ad abitazioni dove non solo non entra il sole, ma non entra l’aria, non entra la luce, dove non vi sono pavimenti, né pareti, né tetti; dove, in una parola, non vi è nulla di umano, e dove vive in 2997 topaie una popolazione che si aggira alle 18 mila anime, e con essa muli, asini, maiali, galline, in un’atmosfera che mozza il respiro ed in una promiscuità di sessi, età, uomini e animali tale da suscitare orrore e ribellione!
In quest’inferno di vivi nascosti, intristiscono, muoiono, oltre i due terzi della popolazione di Matera, quasi tutti piccoli contadini, braccianti, operai, artigiani, perennemente insidiati e paurosamente falcidiati da malattie sociali quali la malaria, la tubercolosi, il tracoma e il rachitismo e soprattutto da una larga mortalità infantile”.